martedì 26 settembre 2017

Anissa Manca ci ha lasciate






La nostra amica, Donna in Nero di Roma,  Anissa se n'è andata e ha lasciato un grande vuoto. Ha lavorato con impegno e amore per i diritti del popolo palestinese. 



Riproduciamo qui un ricordo di Anissa pubblicato su “La nonviolenza è in cammino”.



 E' deceduta Agnese Anissa Manca, che era l'umanita' come dovrebbe essere. La ricordiamo con gratitudine che non si estingue. Riproponiamo due suoi brevi ritratti.


Di formazione sociologica e linguistica. Gia' docente di lingua araba, autrice della Grammatica (teorico-pratica) di arabo letterario moderno in uso nelle Universita' e Scuole di lingue. Ha viaggiato in tutta Europa, in Medio ed Estremo Oriente, in Asia e nelle Americhe. Ha studiato e lavorato in Belgio, Giordania, Palestina, Egitto e Usa. Negli ultimi anni svolgeva lavoro di volontariato in continuazione con la sua esperienza di lavoro in campi profughi palestinesi, a favore bei bambini feriti di Gaza e in vari altri contesti di emarginazione come la popolazione carceraria specie se immigrata.

Agnese Manca, nata a Terralba (Or) nel 1932, ha lasciato la Sardegna nel 1957 da insegnante elementare. Dopo aver conseguito il Diploma di Assistente Sociale presso l'Enssis di Roma nel 1961, si e' trasferita in Belgio poi in Medio Oriente come membro dell'associazione internazionale "Inter-cultural" (Ica-Afi) con sede a Bruxelles. Ha svolto attivita' di studio e di lavoro in Belgio, Giordania, Egitto e Stati Uniti utilizzando sempre la lingua del posto. Dopo due anni di studio intensivo della lingua araba nella cittadina giordana di Aqaba, nel Mar Rosso, ha frequentato per un anno la Facolta' di Sociologia dell'Universita' di Amman ed ha terminato i suoi studi in Egitto, laureandosi nel 1969 presso l'Istituto Superiore di Servizio Sociale del Cairo.

Nel 1974 ha ottenuto il Master of Arts in Sociologia all'Universita' statale dell'Illinois in Chicago dove ha insegnato nello stesso Dipartimento in qualita' di assistente. Ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Lingua e Letteratura Araba e in Dialetti Arabi (1985), presso la Scuola Orientale della Facolta' di Lettere e Filosofia dell'Universita' "La Sapienza" di Roma, con una tesi di ricerca e di approfondimento della lingua araba nelle sue varie sfaccettature dalle origini ai giorni nostri. Ha svolto insegnamento di Lingua Araba e di Sociologia Islamica presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici (Roma, 1975-80).

Ha avviato il Corso triennale di Arabo Letterario Moderno all'Ismeo (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) di Roma dove ha insegnato dal 1980 al 1987. Conclude la sua carriera d'insegnamento, in Italia e all'estero, presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli, nell'anno accademico 1996-97, tenendo un Corso di Lingua e Letteratura Araba nella Facolta' di Lingue e Letterature Straniere.

Lontano dalle cattedre di insegnamento, la sua passione per la lingua e la cultura araba, ormai parti integranti della sua identita' originaria, non ha perso il suo smalto. In tutti questi anni, infatti, i contatti col mondo arabo e non solo, attraverso viaggi e progetti di solidarieta', hanno rinvigorito il suo slancio iniziale per una condivisione di ideali e di culture. Roma rimaneva la sua dimora ed era qui che continuava la sua azione a favore di un mondo amico e solidale al di la' di ogni confine.

Ciao Anissa, ci mancherai molto.

martedì 23 maggio 2017

Il tribunale delle donne. Un approccio femminista alla giustizia Approfondimento e prospettive.



Le donne in nero hanno organizzato un seminario a Modena dal 6-7 di maggio sul Tribunale delle donne. Una trentina di donne, da Bologna, Varese, Schio, Verona, Torino, Ravenna, Roma, Modena, Fano, Reggio Emilia, Padova, Udine erano presenti.

 

Arriviamo alla spicciolata, chi prima chi , all’Ostello: molto bello e gradevole, gentile il personale; ci sono sale e salette per leggere, per studiare, per prendere il caffè alle macchinette o al bar. Nel grande salone in cui ci riuniremo ci aspetta un bel tavolo di spuntini e bevande (i succhi della pace della cooperativa Insieme!), decorato da manine che riportano alcuni slogan e frasi delle testimoni; sulle pareti foto e descrizioni del Tribunale di Sarajevo, sulla cattedra, oltre a microfoni e schermo per la proiezione, striscione e manina.

 Come da programma, dopo la calda accoglienza, il benvenuto e il canto di Tiziana, La ballata del marinaio di Luigi Tenco, abbiamo assistito insieme alla proiezione del film-documentario Il Tribunale delle Donne, un approccio femminista alla giustizia, prodotto dalle Donne in Nero di Belgrado (ZuC). Anche se probabilmente tutte l’avevamo già visto, ancora una volta ci ha lasciate per un momento senza parole, per l’impatto emotivo e per le sollecitazioni e i ripensamenti che ci suggerisce.


Ci aiuta Miryam Carlino a riprendere il discorso: sta preparando una tesi sui tribunali delle donne; notando le lacune dell’insegnamento scolastico della storia, in particolare quella contemporanea, ha raccolto libri, testimonianze e documenti; ma soprattutto ha viaggiato a Sarajevo nel 2016, dove la sua ospite le ha raccontato come ha vissuto l’assedio da bambina, e a Belgrado l’otto marzo 2017. Ha incontrato le ZuC, altre donne di diversi paesi, con loro è stata in piazza a manifestare e a incontrare i migranti intrappolati a Belgrado, ha discusso e ascoltato.

Ci racconta un po’ di storia dei Tribunali (1966, tribunale dei popoli Russell sul Vietnam), poi nel 1967, due sessioni con esperti e poche testimonianze; dal 1973 i Tribunali permanenti dei popoli, finora 43. Le donne sono ancora per lo più invisibili, solo vittime o oggetti, anche se alcune volte testimoniano. I Tribunali delle donne, organizzati da El Taller (Corinne Kumar): nel 92-94 in Pakistan, nel 2000 a Tokio con le comfort women, nel 2001 a Città del Capo, nel 2006 a Mumbai, a Bangalore nel 2009, in California nel 2012 sulla situazione delle donne povere, bianche e nere.

Di questi tribunali mancano informazioni dettagliate o relazioni. L’esperienza del Tribunale delle donne dei paesi della ex Jugoslavia nasce anche dai limiti dei precedenti tribunali, dalla sfiducia in quelli istituzionali - in particolare il Tribunale dell’Aja - in cui le testimoni sono state ritenute inaffidabili; in quelli dei popoli è stato spesso trascurato l’impatto sociale sulle donne abusate.

Ecco quindi l’importanza del Tribunale delle Donne di Sarajevo, e del film e del libro che ne descrivono il processo di preparazione, i principi, il metodo e lo svolgimento. Ne discutiamo insieme, e tanti sono gli interventi, che cerco di raggruppare per argomento.

 Il processo di preparazione ha avuto necessità di tempi lunghi, più di cinque anni, per definire contenuti, metodi e principi, e di un gran numero di persone - per lo più donne ma non solo - per poter essere portato avanti in tutti i paesi, ora divisi, che facevano parte della Jugoslavia. Insieme hanno provveduto alle necessità delle testimoni e hanno fatto conoscere al pubblico l’iniziativa e il lavoro; ne riconosciamo il grande impegno e le difficoltà incontrate per costruire una rete di solidarietà e responsabilità: tutti i mezzi sono stati utilizzati, l’arte, gli incontri chiusi e protetti e quelli aperti, workshop, proiezioni e comunicazioni. Alcuni aspetti sono stati messi particolarmente in evidenza:

  • La centralità delle testimoni; ognuna, che abbia o no poi parlato a Sarajevo, è stata ascoltata ed è diventata protagonista. I racconti, le difficoltà e le decisioni delle testimoni hanno formato, poco per volta, il contenuto e i metodi adottati nel Tribunale. 
  • Politica dell’ascolto, etica della cura; ogni testimone è stata accompagnata, sostenuta, accudita; per loro sono stati scelti i posti più belli, gli ambienti migliori. 
  • L’allargamento dei contenuti a ogni aspetto della violenza, in tempo di guerra ma anche dopo; dalle testimonianze si sono individuati gli elementi di ingiustizia che le donne hanno raccontato, di ogni tipo, non solo in luoghi e periodi di guerra guerreggiata.
  • Non c’è gerarchia del dolore, tutte le testimonianze sono di pari importanza; ogni ingiustizia è riconosciuta. 
  • C’è - e deve continuare ad esserci - attenzione, cura, rispetto, volontà di ascolto, protezione e accompagnamento delle testimoni; il lavoro del Tribunale continua in incontri e workshop, non si è fermato dopo il grande momento di Sarajevo. 
  • Il superamento della legge penale, il riconoscimento dell’ingiustizia fanno parte dell’approccio femminista alla giustizia: la testimonianza è nuova forma di giustizia e definizione del reato. Non è solo modifica o decostruzione del concetto ufficiale di giustizia, ma una sua reinvenzione per scardinarne l’ordine simbolico. 
  • Il ruolo fondamentale delle attiviste, della rete di relazioni che hanno saputo tessere; diverse testimoni sono a loro volta diventate attiviste; in particolare riconosciamo il ruolo fondamentale delle ZuC, che hanno assunto la responsabilità organizzativa e politica del Tribunale. 
  • Il Tribunale continua le sue attività: l’ultimo incontro con le testimoni è stato il 19-21 maggio, il prossimo sarà a metà giugno.  

Il Tribunale ci interroga: che fare per dare voce a questa esperienza? 

 Innanzi tutto iniziative pubbliche per farla conoscere, informare, perché ci siamo rese conto che se ne sa molto poco. Diversi gruppi di DiN hanno già fatto iniziative di presentazione del libro e proiezione del film; l’interesse c’è ma la disinformazione è molto diffusa, in particolare tra le persone più giovani che delle guerre balcaniche non hanno saputo quasi niente. In queste iniziative è stata importante la presenza di qualcuna che ha raccontato esperienze dirette.

Necessario anche allargare il discorso, dalle situazioni specifiche dei Balcani a noi, qui, oggi:



  • ricollegare i diversi aspetti della violenza riconoscendola come sistemica e patriarcale a partire dai i temi che sono sempre stati nostri e che sono tutti connessi (nazionalismi, militarizzazione, guerre e violenza); poiché i temi che le testimoni hanno individuato nel Tribunale delle donne li ritroviamo qui anche se in forma diversa;
  • a partire dai limiti della giustizia ufficiale, che emargina e toglie voce alle vittime, proporre il modello di giustizia femminista: ne abbiamo bisogno anche qui, per esempio nei centri antiviolenza, dove le donne hanno difficoltà a denunciare, o per le donne migranti; 
  • evidenziare e praticare l’etica della cura e la politica di ascolto
  • ascoltare, raccogliere e valorizzare le storie (“noi scriviamo la storia” dicevano le testimoni a Sarajevo, “archivi di giustizia”); 
  • includere e coinvolgere altri gruppi, specialmente di donne ma non solo. A questo proposito diverse hanno citato NonUnaDiMeno, gruppi locali che sono attivi in questo periodo in molte città; altre hanno già collaborato con le donne dell’ANPI e dell’UDI, con Case delle Donne, con lo SPI, con insegnanti per interventi nelle scuole. 
  • Per nuovi contatti si è parlato di Maschile Plurale, No Muri No Recinti, Toponomastica femminile (M. P. Ercolini), più radicata in sud Italia, Centri Studi universitari, Donne del Mediterraneo in Puglia: tutte situazioni, comunque, con cui si hanno già relazioni e conoscenze, da approfondire. Più discussa la proposta di coinvolgere giuriste o avvocate, che da un lato dovrebbero essere interessate al tema della giustizia, ma dall’altro non lo mettono in discussione se non come possibile modifica, e non per scardinarne l’ordine simbolico. 
Tutto questo necessita però di essere preparato, cominciando o proseguendo un lavoro di approfondimento e riflessione anche tra di noi.

Alcune proposte:


  • Organizzare un Festival delle Donne in Nero, di due o tre giorni, dove dibattere tra di noi, anche con inviti ad altre persone significative, o con altre realtà 
  • Costruire un Tribunale delle Donne per l’Italia per rilevare le ingiustizie, prevaricazioni e violenze sulle donne è qualcosa che sarebbe necessario, ma qui la nostra situazione è di maggiore debolezza, e non potremmo esserne promotrici né assumerci la responsabilità politica e organizzativa svolgendo il ruolo che hanno avuto le ZuC nei Balcani. 
  • Fare delle giornate di studio invitando alla discussione altre realtà femminili e non, per iniziare un ragionamento sulla violenza, che qui esiste ma è affrontata in realtà diverse e frantumate. 
  • Pensare alla possibilità di costruire un progetto di collaborazione con le ZuC per raccogliere, ordinare e mettere a disposizione il materiale raccolto durante i cinque anni del processo di preparazione. 
  • Preparare un documento-proposta da inviare ad altri gruppi, per verificare se c’è interesse ad approfondire insieme questi temi; meglio se un gruppo ristretto di noi lo prepara e poi lo propone a tutte.

Raccomandazioni a noi stesse: 

  • Fondamentale per condividere il lavoro con altre realtà è stabilire le relazioni, senza cui non si fa niente; partiamo da quelle che abbiamo, e cerchiamo di mantenerle, a livello locale, nazionale e internazionale. Riprendiamo gli scambi tra di noi, e anche i viaggi di conoscenza. 
  • Far sapere alle altre le iniziative prese dai vari gruppi o a livello nazionale; in particolare, scrivere anche alle ZuC di questo incontro e delle iniziative locali passate e future, e alle liste in altre lingue. 
  • Dobbiamo, come DiN, darci una sistemata dal punto di vista del lavoro pratico e organizzativo. 
  • Nelle iniziative scegliere l’approccio che più si adatta alle diverse realtà
  • Colleghiamo i settori di cui ci occupiamo (lavoro, migranti, scuola, neoliberismo) per far emergere l’ingiustizia in tutte le sue forme. 
  • Attenzione! Il libro sul Tribunale, tradotto dalle DiN di Udine, sta finendo: è necessaria una ristampa, che sia condivisa da tutte.

domenica 30 ottobre 2016

Dimmi con chi vai....

E con chi va l’Italia? 
  • l’Italia partecipa con armi e soldati alle guerre in atto, in Libia, in Iraq, in Afghanistan... 
  • l’Italia collabora con la Turchia, che perseguita i Curdi e reprime violentemente gli oppositori politici 
  • l’Italia vende armi all’Arabia saudita, che bombarda lo Yemen (sono già migliaia i morti civili) e nega ogni libertà alle donne 
  • l’Italia mantiene ottimi rapporti commerciali con l’Egitto della repressione e delle torture;
    non possiamo dimenticare Giulio Regeni 
  • l’Italia collabora (anche militarmente) con Israele, che da 50 anni occupa i territori palestinesi con continue violenze e soprusi 
  • l’Italia è pronta ad inviare soldati in Lettonia per “vigilare” ai confini con la Russia 
  • l’Italia ospita più di 100 basi militari USA e NATO con armamenti offensivi e anche con bombe atomiche (almeno 70 fra Ghedi e Aviano) 
è questo il paese che vogliamo, amico dei forti e dei violenti? 
è questo il paese che “ripudia la guerra”? 

NO!!! 

Vogliamo un’Italia, un’Europa e un mondo aperti, accoglienti, pacifici. capaci di valorizzare le differenze e di gestire i conflitti senza violenza 

Per questo viviamo - non per la guerra

Fuori la guerra e la violenza dalla politica, dall'economia,  dalle nostre vite

lunedì 19 settembre 2016

Marcia Perugia-Assisi

Alle organizzatrici ed
agli organizzatori e a chi parteciperà alla Marcia Perugia-Assisi del 9 ottobre 2016

Noi Donne in Nero siamo consapevoli della drammatica situazione internazionale attuale e quindi della necessità e dell'urgenza di: opporsi a tutte le guerre, le violenze e le violazioni dei diritti umani; adoperarsi per soccorrere, accogliere, assistere ogni persona che cerca salvezza e speranza di vita nei nostri territori; agire per il disarmo e la smilitarizzazione.

Siamo anche convinte che l’organizzazione non sia tutto e che la marcia prenda la forma e il colore di chi la fa concretamente. Per questo desideriamo esprimere e far vivere - prima durante e dopo la marcia - le nostre riflessioni e le nostre proposte. Nel ribadire la contrarietà assoluta alla GUERRA, che nasce dal desiderio/sogno/speranza di un mondo a misura di donna, ci sembra necessario evidenziare come le guerre in corso siano spesso innescate dalle nostre politiche affaristiche e pretese egemoniche.

Perciò è necessario prima di tutto denunciare, smascherare, boicottare le connivenze in affari, in geopolitica, in accordi militari e forniture di armi a governi violatori di diritti umani come quelli di Israele, Arabia Saudita, Turchia, Egitto...
E' necessario riconvertire l'esercito a funzioni di utilità sociale come la prevenzione e la difesa dell'ambiente, smettendo di impegnarlo in false, costose e inutili “missioni di pace” che generano morte, distruzione e terrorismo (pensiamo all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia), sostenendo invece lo sviluppo dei Corpi civili di pace.
E' necessario mettere in discussione con più forza l'ideologia patriarcale che sta all'origine di tutto questo, sostanziata fin dall'antichità dal rifiuto del diverso e quindi dalla costruzione di gerarchie per creare differenze tra generi, etnie, popoli, culture, classi sociali.

Per quanto riguarda le/i MIGRANTI, ribadiamo con forza “né muri né recinti” e pensiamo si debba risalire all’origine del “problema”: dire che ogni persona sulla Terra - non solo gli Europei o gli Statunitensi - ha diritto di spostarsi, tanto più se le nostre guerre hanno distrutto le loro case e le loro risorse; dire che le nostre politiche di rapina hanno portato caos e miseria nei loro paesi, rendendosi complici tra l'altro di regimi dittatoriali (Turchia, Egitto, Somalia, Eritrea, Sudan, Libia…) con cui si stipulano vergognosi accordi distribuendo denaro affinché impediscano il flusso di esseri umani verso le nostre coste. Denaro che sarebbe meglio spendere per progettare e organizzare un’accoglienza rispettosa dei diritti umani e delle sofferenze di chi ha intrapreso viaggi lunghi e dolorosi rischiando la vita: tenere invece migliaia di persone inattive in centri di cosiddetta accoglienza, in attesa di sapere se possono restare o spostarsi è un trattamento degradante e spesso è all’origine di tante intolleranze e pregiudizi che circolano (“non fanno niente”, “ci costano”, “li teniamo in albergo” ecc).

Pensiamo che la MARCIA PERUGIA-ASSISI non debba essere un rituale per metterci la coscienza a posto, ma il punto di partenza per l’impegno a far sentire le nostre voci a chi ci governa ed esigere una politica estera trasparente, fatta di meno retorica e più azioni concrete, ne elenchiamo alcune per cominciare:

  • non fare accordi né vendere armamenti a paesi che calpestano i diritti umani e fomentano conflitti armati;
  • bloccare la cosiddetta “missione sanitaria Ippocrate” in Libia, che è chiaramente l’ennesimo intervento militare;
  • diminuire drasticamente le spese militari;
  • non inviare l’ambasciatore in Egitto finché non si farà luce sull’assassinio di Giulio Regeni;
  • attivarsi per la sospensione del regolamento di Dublino;
  • non rimpatriare i profughi nei paesi di provenienza;
  • non irrigidire le condizioni per la concessione dello status di rifugiate/i, ma abbreviare i tempi delle procedure;
  • favorire l’apertura di corridoi umanitari come quelli realizzati dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Chiesa Valdese, anche per stroncare il traffico di esseri umani.

Siamo anche consapevoli che il nostro denunciare ed esigere giustizia è insufficiente se non si accompagna all’assunzione di responsabilità di chi, come noi, si ritiene pacifista.

Assumersi responsabilità significa che, accanto alle marce e alle manifestazioni, sono necessari impegno attivo e azioni quotidiane per attuare una politica di convivenza e comunicazione tra mondi diversi, per decostruire stereotipi, modelli indotti e falsa informazione, per opporsi a una politica istituzionale quasi sempre giocata sui rapporti di forza.

Rete italiana delle Donne in Nero 19 settembre 2016

domenica 7 agosto 2016

Anniversari vergognosi


Il 6 e il 9 agosto di 71 anni fa le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle prime bombe atomiche della storia. 

106.000 persone morirono immediatamente e altre 89.000 quasi subito per le ferite mortali ricevute. Innumerevoli, negli anni successivi, le persone che si ammalarono; inguaribile la ferita della terra.




Incredibilmente - quella non fu la fine ma solo l’inizio della corsa agli armamenti nucleari. Oggi si contano nel mondo circa 15.700 bombe nucleari di cui: 7500 russe, 7200 statunitensi, 200 francesi, 250 cinesi, 215 britanniche, 80 israeliane, 100-120 pakistane, 90-110 indiane, 5-10 coreane. Di queste almeno 10.000 sono pronte all’uso; ed è sempre più probabile che una guerra nucleare possa iniziare “per sbaglio”.

Gli Usa mantengono 180 bombe nucleari nelle loro basi in Europa. 70 di queste sono in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre) e saranno presto sostituite con altre più “moderne” e in grado di colpire a distanza. In tal modo diventa più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese, che viene quindi esposto a una possibile rappresaglia nucleare.

Ospitando queste bombe l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione nucleare, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

Vogliamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e chieda agli Stati Uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e di rinunciare a installarvi le nuove bombe.

Ogni anniversario che passa senza un bando totale delle armi nucleari è una vergogna per tutti noi. È vergognoso che i governi possono guardare quella distruzione e si dichiarano disposti a ripeterla. È vergognoso quando c'è tanta povertà nel mondo che tanto denaro e  tanto ingegno umano vengono sprecati su queste armi.



Non possiamo dimenticare Hiroshima e Nagasaki e i loro morti. Non smettiamo di denunciare l’orrore della guerra. Per un mondo libero dalla paura, dall’odio e dalle armi nucleari cominciamo da qui, cominciamo da noi, cominciamo subito.


Anniversari vergognosi


Il 6 e il 9 agosto di 71 anni fa le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle prime bombe atomiche della storia. 

106.000 persone morirono immediatamente e altre 89.000 quasi subito per le ferite mortali ricevute. Innumerevoli, negli anni successivi, le persone che si ammalarono; inguaribile la ferita della terra.





Incredibilmente - quella non fu la fine ma solo l’inizio della corsa agli armamenti nucleari. Oggi si contano nel mondo circa 15.700 bombe nucleari di cui: 7500 russe, 7200 statunitensi, 200 francesi, 250 cinesi, 215 britanniche, 80 israeliane, 100-120 pakistane, 90-110 indiane, 5-10 coreane. Di queste almeno 10.000 sono pronte all’uso; ed è sempre più probabile che una guerra nucleare possa iniziare “per sbaglio”.

Gli Usa mantengono 180 bombe nucleari nelle loro basi in Europa. 70 di queste sono in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre) e saranno presto sostituite con altre più “moderne” e in grado di colpire a distanza. In tal modo diventa più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese, che viene quindi esposto a una possibile rappresaglia nucleare.

Ospitando queste bombe l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione nucleare, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

Vogliamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e chieda agli Stati Uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e di rinunciare a installarvi le nuove bombe.

Ogni anniversario che passa senza un bando totale delle armi nucleari è una vergogna per tutti noi. È vergognoso che i governi possono guardare quella distruzione e si dichiarano disposti a ripeterla. È vergognoso quando c'è tanta povertà nel mondo che tanto denaro e  tanto ingegno umano vengono sprecati su queste armi.

Non possiamo dimenticare Hiroshima e Nagasaki e i loro morti. Non smettiamo di denunciare l’orrore della guerra. Per un mondo libero dalla paura, dall’odio e dalle armi nucleari cominciamo da qui, cominciamo da noi, cominciamo subito.


domenica 19 giugno 2016

Per un’Europa dell’accoglienza e dell’ospitalità

 
La giornata del 19 giugno è stata istituita dall'ONU nel 2015 come Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne nei conflitti.
 

Sempre più numeroso si sta facendo il flusso migratorio delle donne sia dalla Siria che dai Paesi Africani. Il percorso che fanno queste donne per fuggire dalle situazioni invivibili nei loro paesi (sui cui rovinosi conflitti i governi occidentali hanno non poche responsabilità) è caratterizzato da un susseguirsi di violenze ed abusi. 

Ci siamo mai chiesti/e come mai sono così numerose le donne incinte che sbarcano sulle nostre coste? Il loro doloroso itinerario può durare molti mesi ed esse sono nelle mani di chi le tiene rinchiuse nei centri di raccolta. 


E quando arrivano in Europa che cosa le aspetta? Esse sono spesso costrette all'interno dei centri di accoglienza (in realtà campi di detenzione) ad affrontare molestie, ricatti, sfruttamento, senza poter ricorrere alla giustizia ed avere protezione e riconoscimento dei loro bisogni. 


Tenendo conto della particolare sensibilità della situazione di una donna che richiede sicurezza (e si ritrova invece in una promiscuità obbligata), nonché riconoscimento delle esigenze di donne e madri di bambini piccoli, noi Donne in Nero, in sintonia con la "Rete femminista no muri no recinti", vogliamo sensibilizzare sulla necessità che sia riconosciuta alle Associazioni di donne la possibilità di monitorare all'interno dei Centri di raccolta: quale accoglienza di genere viene riservata alle donne profughe o immigrate? Solo così sarà possibile instaurare le condizioni in cui siano pienamente rispettati i loro diritti, solo così si potrà parlare di accoglienza vera per loro e i/le loro bambini/e.

20 giugno 2016 Giornata mondiale della Rifugiata e del Rifugiato Indetta dall'Assemblea delle Nazioni Unite nel 2001, a 50 anni dalla stipulazione della convenzione sui profughi

Attraversare i confini per un’Europa senza fili spinati, muri, lager

Non in nostro nome: 

  • Le guerre sostenute o combattute dall’Europa e dall'Occidente che generano morte, distruzione e costringono alla fuga centinaia di migliaia di persone;
  • Le chiusure delle frontiere, il trattamento inumano delle persone che cercano salvezza e futuro nei nostri paesi;
  • Le politiche, gli accordi, e le decisioni vergognose, nazionali o europee che siano: accordo con la Turchia ed ora anche con Libia e altri paesi africani, rimpatri forzati, cernite tra profughi, uso della repressione, affarismo "umanitario", mafie tollerate, in palese violazione della Dichiarazione Universale dei diritti umani;
  • L'ignoranza e indifferenza rispetto alle rispetto alle disparità delle condizioni e dei vissuti di donne e uomini in queste situazioni, benché proprio sulle donne si regga la cura e il sostegno delle persone più fragili;
  • La distinzione tra riufiati, profughi da guerre e migranti "economici" o ambientali - una forzatura insensata in quanto guerre, persecuzioni, crisi economica globale e disastri ambientali sono cause ormai collegate e tolgono la possibilità di sopravvivenza a intere popolazioni.
Vogliamo anche denunciare la responsibilità di media e politici nel diffondere disinformazione, allarmismi ingiustificati su un'invasione che non c'è e sull'aumentato rischio di terrorismo. Si tratta infatti di flussi gestibili, ma amplificati e strumentalizzati dai vari “spacciatori” di paura, a fronte dell' incapacità della classe dirigente di trovare risposte adeguate. 

Nella Giornata mondiale della Rifugiata e del Rifugiato ad un’Europa del filo spinato, dei muri e dei lager, un’Europa arroccata nella paura dell’Altro e del Diverso e nella difesa dei propri interessi,
vogliamo contrapporre
un’Europa dell’accoglienza e dell’ospitalità dove i confini si attraversano per favorire l’incontro tra persone che si riconoscono diverse ma uguali.