domenica 30 ottobre 2016

Dimmi con chi vai....

E con chi va l’Italia? 
  • l’Italia partecipa con armi e soldati alle guerre in atto, in Libia, in Iraq, in Afghanistan... 
  • l’Italia collabora con la Turchia, che perseguita i Curdi e reprime violentemente gli oppositori politici 
  • l’Italia vende armi all’Arabia saudita, che bombarda lo Yemen (sono già migliaia i morti civili) e nega ogni libertà alle donne 
  • l’Italia mantiene ottimi rapporti commerciali con l’Egitto della repressione e delle torture;
    non possiamo dimenticare Giulio Regeni 
  • l’Italia collabora (anche militarmente) con Israele, che da 50 anni occupa i territori palestinesi con continue violenze e soprusi 
  • l’Italia è pronta ad inviare soldati in Lettonia per “vigilare” ai confini con la Russia 
  • l’Italia ospita più di 100 basi militari USA e NATO con armamenti offensivi e anche con bombe atomiche (almeno 70 fra Ghedi e Aviano) 
è questo il paese che vogliamo, amico dei forti e dei violenti? 
è questo il paese che “ripudia la guerra”? 

NO!!! 

Vogliamo un’Italia, un’Europa e un mondo aperti, accoglienti, pacifici. capaci di valorizzare le differenze e di gestire i conflitti senza violenza 

Per questo viviamo - non per la guerra

Fuori la guerra e la violenza dalla politica, dall'economia,  dalle nostre vite

lunedì 19 settembre 2016

Marcia Perugia-Assisi

Alle organizzatrici ed
agli organizzatori e a chi parteciperà alla Marcia Perugia-Assisi del 9 ottobre 2016

Noi Donne in Nero siamo consapevoli della drammatica situazione internazionale attuale e quindi della necessità e dell'urgenza di: opporsi a tutte le guerre, le violenze e le violazioni dei diritti umani; adoperarsi per soccorrere, accogliere, assistere ogni persona che cerca salvezza e speranza di vita nei nostri territori; agire per il disarmo e la smilitarizzazione.

Siamo anche convinte che l’organizzazione non sia tutto e che la marcia prenda la forma e il colore di chi la fa concretamente. Per questo desideriamo esprimere e far vivere - prima durante e dopo la marcia - le nostre riflessioni e le nostre proposte. Nel ribadire la contrarietà assoluta alla GUERRA, che nasce dal desiderio/sogno/speranza di un mondo a misura di donna, ci sembra necessario evidenziare come le guerre in corso siano spesso innescate dalle nostre politiche affaristiche e pretese egemoniche.

Perciò è necessario prima di tutto denunciare, smascherare, boicottare le connivenze in affari, in geopolitica, in accordi militari e forniture di armi a governi violatori di diritti umani come quelli di Israele, Arabia Saudita, Turchia, Egitto...
E' necessario riconvertire l'esercito a funzioni di utilità sociale come la prevenzione e la difesa dell'ambiente, smettendo di impegnarlo in false, costose e inutili “missioni di pace” che generano morte, distruzione e terrorismo (pensiamo all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia), sostenendo invece lo sviluppo dei Corpi civili di pace.
E' necessario mettere in discussione con più forza l'ideologia patriarcale che sta all'origine di tutto questo, sostanziata fin dall'antichità dal rifiuto del diverso e quindi dalla costruzione di gerarchie per creare differenze tra generi, etnie, popoli, culture, classi sociali.

Per quanto riguarda le/i MIGRANTI, ribadiamo con forza “né muri né recinti” e pensiamo si debba risalire all’origine del “problema”: dire che ogni persona sulla Terra - non solo gli Europei o gli Statunitensi - ha diritto di spostarsi, tanto più se le nostre guerre hanno distrutto le loro case e le loro risorse; dire che le nostre politiche di rapina hanno portato caos e miseria nei loro paesi, rendendosi complici tra l'altro di regimi dittatoriali (Turchia, Egitto, Somalia, Eritrea, Sudan, Libia…) con cui si stipulano vergognosi accordi distribuendo denaro affinché impediscano il flusso di esseri umani verso le nostre coste. Denaro che sarebbe meglio spendere per progettare e organizzare un’accoglienza rispettosa dei diritti umani e delle sofferenze di chi ha intrapreso viaggi lunghi e dolorosi rischiando la vita: tenere invece migliaia di persone inattive in centri di cosiddetta accoglienza, in attesa di sapere se possono restare o spostarsi è un trattamento degradante e spesso è all’origine di tante intolleranze e pregiudizi che circolano (“non fanno niente”, “ci costano”, “li teniamo in albergo” ecc).

Pensiamo che la MARCIA PERUGIA-ASSISI non debba essere un rituale per metterci la coscienza a posto, ma il punto di partenza per l’impegno a far sentire le nostre voci a chi ci governa ed esigere una politica estera trasparente, fatta di meno retorica e più azioni concrete, ne elenchiamo alcune per cominciare:

  • non fare accordi né vendere armamenti a paesi che calpestano i diritti umani e fomentano conflitti armati;
  • bloccare la cosiddetta “missione sanitaria Ippocrate” in Libia, che è chiaramente l’ennesimo intervento militare;
  • diminuire drasticamente le spese militari;
  • non inviare l’ambasciatore in Egitto finché non si farà luce sull’assassinio di Giulio Regeni;
  • attivarsi per la sospensione del regolamento di Dublino;
  • non rimpatriare i profughi nei paesi di provenienza;
  • non irrigidire le condizioni per la concessione dello status di rifugiate/i, ma abbreviare i tempi delle procedure;
  • favorire l’apertura di corridoi umanitari come quelli realizzati dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Chiesa Valdese, anche per stroncare il traffico di esseri umani.

Siamo anche consapevoli che il nostro denunciare ed esigere giustizia è insufficiente se non si accompagna all’assunzione di responsabilità di chi, come noi, si ritiene pacifista.

Assumersi responsabilità significa che, accanto alle marce e alle manifestazioni, sono necessari impegno attivo e azioni quotidiane per attuare una politica di convivenza e comunicazione tra mondi diversi, per decostruire stereotipi, modelli indotti e falsa informazione, per opporsi a una politica istituzionale quasi sempre giocata sui rapporti di forza.

Rete italiana delle Donne in Nero 19 settembre 2016

domenica 7 agosto 2016

Anniversari vergognosi


Il 6 e il 9 agosto di 71 anni fa le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle prime bombe atomiche della storia. 

106.000 persone morirono immediatamente e altre 89.000 quasi subito per le ferite mortali ricevute. Innumerevoli, negli anni successivi, le persone che si ammalarono; inguaribile la ferita della terra.




Incredibilmente - quella non fu la fine ma solo l’inizio della corsa agli armamenti nucleari. Oggi si contano nel mondo circa 15.700 bombe nucleari di cui: 7500 russe, 7200 statunitensi, 200 francesi, 250 cinesi, 215 britanniche, 80 israeliane, 100-120 pakistane, 90-110 indiane, 5-10 coreane. Di queste almeno 10.000 sono pronte all’uso; ed è sempre più probabile che una guerra nucleare possa iniziare “per sbaglio”.

Gli Usa mantengono 180 bombe nucleari nelle loro basi in Europa. 70 di queste sono in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre) e saranno presto sostituite con altre più “moderne” e in grado di colpire a distanza. In tal modo diventa più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese, che viene quindi esposto a una possibile rappresaglia nucleare.

Ospitando queste bombe l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione nucleare, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

Vogliamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e chieda agli Stati Uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e di rinunciare a installarvi le nuove bombe.

Ogni anniversario che passa senza un bando totale delle armi nucleari è una vergogna per tutti noi. È vergognoso che i governi possono guardare quella distruzione e si dichiarano disposti a ripeterla. È vergognoso quando c'è tanta povertà nel mondo che tanto denaro e  tanto ingegno umano vengono sprecati su queste armi.



Non possiamo dimenticare Hiroshima e Nagasaki e i loro morti. Non smettiamo di denunciare l’orrore della guerra. Per un mondo libero dalla paura, dall’odio e dalle armi nucleari cominciamo da qui, cominciamo da noi, cominciamo subito.


Anniversari vergognosi


Il 6 e il 9 agosto di 71 anni fa le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle prime bombe atomiche della storia. 

106.000 persone morirono immediatamente e altre 89.000 quasi subito per le ferite mortali ricevute. Innumerevoli, negli anni successivi, le persone che si ammalarono; inguaribile la ferita della terra.





Incredibilmente - quella non fu la fine ma solo l’inizio della corsa agli armamenti nucleari. Oggi si contano nel mondo circa 15.700 bombe nucleari di cui: 7500 russe, 7200 statunitensi, 200 francesi, 250 cinesi, 215 britanniche, 80 israeliane, 100-120 pakistane, 90-110 indiane, 5-10 coreane. Di queste almeno 10.000 sono pronte all’uso; ed è sempre più probabile che una guerra nucleare possa iniziare “per sbaglio”.

Gli Usa mantengono 180 bombe nucleari nelle loro basi in Europa. 70 di queste sono in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre) e saranno presto sostituite con altre più “moderne” e in grado di colpire a distanza. In tal modo diventa più probabile il lancio di un attacco nucleare dal nostro paese, che viene quindi esposto a una possibile rappresaglia nucleare.

Ospitando queste bombe l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione nucleare, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, che all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».

Vogliamo che l’Italia cessi di violare il Trattato di non-proliferazione e chieda agli Stati Uniti di rimuovere immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e di rinunciare a installarvi le nuove bombe.

Ogni anniversario che passa senza un bando totale delle armi nucleari è una vergogna per tutti noi. È vergognoso che i governi possono guardare quella distruzione e si dichiarano disposti a ripeterla. È vergognoso quando c'è tanta povertà nel mondo che tanto denaro e  tanto ingegno umano vengono sprecati su queste armi.

Non possiamo dimenticare Hiroshima e Nagasaki e i loro morti. Non smettiamo di denunciare l’orrore della guerra. Per un mondo libero dalla paura, dall’odio e dalle armi nucleari cominciamo da qui, cominciamo da noi, cominciamo subito.


domenica 19 giugno 2016

Per un’Europa dell’accoglienza e dell’ospitalità

 
La giornata del 19 giugno è stata istituita dall'ONU nel 2015 come Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne nei conflitti.
 

Sempre più numeroso si sta facendo il flusso migratorio delle donne sia dalla Siria che dai Paesi Africani. Il percorso che fanno queste donne per fuggire dalle situazioni invivibili nei loro paesi (sui cui rovinosi conflitti i governi occidentali hanno non poche responsabilità) è caratterizzato da un susseguirsi di violenze ed abusi. 

Ci siamo mai chiesti/e come mai sono così numerose le donne incinte che sbarcano sulle nostre coste? Il loro doloroso itinerario può durare molti mesi ed esse sono nelle mani di chi le tiene rinchiuse nei centri di raccolta. 


E quando arrivano in Europa che cosa le aspetta? Esse sono spesso costrette all'interno dei centri di accoglienza (in realtà campi di detenzione) ad affrontare molestie, ricatti, sfruttamento, senza poter ricorrere alla giustizia ed avere protezione e riconoscimento dei loro bisogni. 


Tenendo conto della particolare sensibilità della situazione di una donna che richiede sicurezza (e si ritrova invece in una promiscuità obbligata), nonché riconoscimento delle esigenze di donne e madri di bambini piccoli, noi Donne in Nero, in sintonia con la "Rete femminista no muri no recinti", vogliamo sensibilizzare sulla necessità che sia riconosciuta alle Associazioni di donne la possibilità di monitorare all'interno dei Centri di raccolta: quale accoglienza di genere viene riservata alle donne profughe o immigrate? Solo così sarà possibile instaurare le condizioni in cui siano pienamente rispettati i loro diritti, solo così si potrà parlare di accoglienza vera per loro e i/le loro bambini/e.

20 giugno 2016 Giornata mondiale della Rifugiata e del Rifugiato Indetta dall'Assemblea delle Nazioni Unite nel 2001, a 50 anni dalla stipulazione della convenzione sui profughi

Attraversare i confini per un’Europa senza fili spinati, muri, lager

Non in nostro nome: 

  • Le guerre sostenute o combattute dall’Europa e dall'Occidente che generano morte, distruzione e costringono alla fuga centinaia di migliaia di persone;
  • Le chiusure delle frontiere, il trattamento inumano delle persone che cercano salvezza e futuro nei nostri paesi;
  • Le politiche, gli accordi, e le decisioni vergognose, nazionali o europee che siano: accordo con la Turchia ed ora anche con Libia e altri paesi africani, rimpatri forzati, cernite tra profughi, uso della repressione, affarismo "umanitario", mafie tollerate, in palese violazione della Dichiarazione Universale dei diritti umani;
  • L'ignoranza e indifferenza rispetto alle rispetto alle disparità delle condizioni e dei vissuti di donne e uomini in queste situazioni, benché proprio sulle donne si regga la cura e il sostegno delle persone più fragili;
  • La distinzione tra riufiati, profughi da guerre e migranti "economici" o ambientali - una forzatura insensata in quanto guerre, persecuzioni, crisi economica globale e disastri ambientali sono cause ormai collegate e tolgono la possibilità di sopravvivenza a intere popolazioni.
Vogliamo anche denunciare la responsibilità di media e politici nel diffondere disinformazione, allarmismi ingiustificati su un'invasione che non c'è e sull'aumentato rischio di terrorismo. Si tratta infatti di flussi gestibili, ma amplificati e strumentalizzati dai vari “spacciatori” di paura, a fronte dell' incapacità della classe dirigente di trovare risposte adeguate. 

Nella Giornata mondiale della Rifugiata e del Rifugiato ad un’Europa del filo spinato, dei muri e dei lager, un’Europa arroccata nella paura dell’Altro e del Diverso e nella difesa dei propri interessi,
vogliamo contrapporre
un’Europa dell’accoglienza e dell’ospitalità dove i confini si attraversano per favorire l’incontro tra persone che si riconoscono diverse ma uguali.

lunedì 30 maggio 2016

Lettera dalle Donne in Nero alle autorità italiane e agli e le europarlimentari italiane/i


Signori e Signore, noi, Donne in Nero della rete in Italia, appartenenti alla Rete Internazionale delle
Donne in Nero, osserviamo inorridite e con immenso dolore le politiche sull'immigrazione perseguite dal governo italiano e le misure politiche approvate dall’Unione Europea nei confronti delle persone rifugiate che arrivano nel nostro territorio.

L'atteggiamento e le risposte al dramma in corso hanno generato in noi prima stupore e poi rabbia, indignazione e dolore perché mai avremmo pensato che i nostri rappresentanti nei diversi Parlamenti potessero pensare a provvedimenti così indegni della condizione umana.

Vogliamo ricordare che

  • ciò che spinge queste persone ad abbandonare le loro case sono le guerre e le loro conseguenze;
  • le guerre degli ultimi 26 anni (Iraq, Somalia, ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria...) hanno visto la partecipazione, la responsabilità o il sostegno di molti paesi europei, fra cui l'Italia sempre “pronta a fare la sua parte”; 
  • l'Unione Europea continua a incrementare le esportazioni di armi e sistemi militari e il Consiglio UE non ne sta facendo il controllo democratico. Infatti nel 2014 la principale zona geopolitica di esportazione per la UE è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di licenze). Ciò significa che l'UE sta vendendo grandi quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. L'Italia è al 4° posto fra i paesi esportatori e nel 2015 registra un clamoroso incremento del 186% rispetto al 2014 . 

Di fronte a questi fatti sono tante le domande di cui sentiamo l'urgenza:


  • come definire il fatto che il 70% del denaro impiegato per i profughi è destinato a misure dissuasive e ai respingimenti e solo il restante 30% ad aiuti umanitari? 
  • come conciliare un'Europa regione ricca e civile nel mondo con un'Europa così avara al momento dell'accoglienza e della distribuzione dei profughi? 
  • come giustificare le decisioni vergognose, nazionali o europee, di chiusura delle frontiere, rimpatri forzati, classificazioni arbitrarie dei profughi, istituzione di Hot Spot (addirittura galleggianti, come proposto dal Ministro Alfano), accordo UE-Turchia, in violazione senza precedenti del diritto europeo alla protezione internazionale dei rifugiati e della Convenzione di Ginevra? 
  • come sopportare il cinismo dell'Europa che con la chiusura della rotta balcanica e la mancata modifica del Trattato di Dublino scarica il flusso dei migranti su Grecia e Italia? 
  • c’è qualche traccia di etica in qualcuna di queste misure? 

Avete pensato in qualche momento come le vostre misure si ripercuoteranno su persone che cercano solo un luogo per vivere degnamente?

NON IN NOSTRO NOME!!! 

Vogliamo anche denunciare la responsabilità di media e politici nel diffondere disinformazione, allarmismi ingiustificati su un'invasione che non c'è e sull'aumentato rischio di terrorismo.

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite i flussi migratori in Europa dal 2000 al 2010 sono stati di 1,2 milioni di persone per anno, 0,2% su 500 milioni di abitanti. Questa cifra si è poi drasticamente ridotta a 400.000 ingressi all'anno dal 2010 al 2015 a causa della recessione. Solo l'anno scorso c'è stato il picco di un milione di ingressi in Germania. In Italia il flusso degli arrivi nel 2016 è in linea con i dati del 2015. Si tratta quindi di flussi gestibili, ma che vengono amplificati e strumentalizzati da partiti xenofobi e “spacciatori” di paura, a fronte dell' incapacità della classe dirigente di trovare risposte adeguate.

Il dato che invece viene ignorato è l'aumento delle donne nel flusso migratorio, in particolare dalla Siria. Poiché guerre e conflitti continuano a imperversare in molte parti del mondo la situazione delle donne diventa più vulnerabile: oppressione patriarcale, violenza domestica, abusi sessuali e impoverimento sono in aumento. Spesso le donne rifugiate provengono da storie di violenza e abusi e durante il percorso sono costrette ad affrontare altre violenze, molestie, ricatti, sfruttamento economico da parte di altri rifugiati, trafficanti, polizia, senza possibilità di ricorrere alla giustizia e avere protezione. Gli stati europei, Italia compresa, non forniscono standard minimi di protezione: rifugi separati, interpreti femminili, informazioni sui loro diritti, assistenza sanitaria e psicologica.

Signore e Signori, noi Donne in Nero, chiediamo che:

  • Venga data priorità urgentemente a un'accoglienza degna ai rifugiati e alle rifugiate. 
  • Venga posta fine alla distinzione fra migranti economici e profughi, una forzatura insensata in quanto guerre, persecuzioni, crisi economica globale e disastri ambientali sono cause ormai collegate e tolgono la possibilità di sopravvivenza a intere popolazioni. • Venga estesa l'esperienza dei corridoi umanitari del progetto Mediterranean Hope che permette viaggi legali e sicuri e l'azzeramento dei traffico di esseri umani. • Venga riconosciuto il diritto d'asilo a disertori, obiettori di coscienza alle guerre e a quanti fuggono dai reclutamenti forzati, in particolare ai minori. 
  • Venga annullato l'accordo UE-Turchia e si rinunci ad accordi simili con paesi non sicuri come Libia e Egitto, violatori di diritti umani. • Venga ripristinato il rispetto delle norme internazionali sui Diritti Umani, compresa la Convenzione di Istanbul del 2011 sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, per impedire l'impunità dei colpevoli e garantire i diritti delle donne. 
  • Vengano coinvolte le organizzazioni femminili e le donne rifugiate nei tavoli di pace e negoziati. 
  • Vengano sviluppate politiche e azioni adeguate per contrastare il razzismo, la xenofobia, il sessismo, sfruttamento dei più deboli e i rinascenti nazionalismi. 
  • Vengano archiviate risposte militariste e securitarie nei confronti dei flussi migratori ma anche del dissenso sociale nelle società impoverite dei paesi europei. 
  • Venga finalmente perseguita la riduzione della produzione di armi e il loro commercio almeno nei paesi in conflitto. 
  • Venga chiuso il sistema degli Hot Spot, veri luoghi di detenzione e produzione di illegalità, abusi e diritti negati, come dimostra il rapporto Oxfam presentato pochi giorni fa. 


  • SÍ IN NOSTRO NOME!!! 

    Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

    Al Capo del Governo Matteo Renzi

    Al Presidente del Senato Pietro Grasso
    Alla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini

    Al Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni
    Al Ministro dell’Interno Angelino Alfano

    Al Presidente del Gruppo Area Popolare (NCD-UDC) del Senato, Renato Schifani
    Al Presidente del Gruppo Forza Italia-Il Popolo della Libertà del Senato, Paolo Romani
    Al Presidente del Gruppo Movimento 5 Stelle del Senato, Stefano Lucidi
    Al Presidente del Gruppo Partito Democratico del Senato, Luigi Zanda
    Al Presidente del Gruppo Misto del Senato, Loredana De Petris

    Al Presidente del Gruppo Area Popolare (NCD-UDC) della Camera dei Deputati, Maurizio Lupi
    Al Presidente del Gruppo Forza Italia-Il Popolo della Libertà della Camera dei Deputati, Renato Brunetta
    Al Presidente del Gruppo Movimento 5 Stelle della Camera dei Deputati, Federico D’Incà
    Al Presidente del Gruppo Partito democratico della Camera dei Deputati, Ettore Rosato
    Al Presidente del Gruppo Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà della Camera dei Deputati, Arturo Scotto

    Alle e agli Europarlamentari:>
    >
    Isabella Adinolfi, Marco
Affronte, Laura Agea, Daniela Aiuto, Tiziana Beghin, David Borrelli, Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao, Rosa D’Amato, Eleonora Evi, Laura Ferrara, Giulia Moi, Piernicola Pedicini, Dario Tamburrano, Marco Valli, Marco Zanni, Marco Zullo - Movimento 5 Stelle>

    Brando Benifei, Goffredo Maria Bettini, Simona Bonafè, Mercedes Bresso, Renata Briano, Nicola Caputo, Caterina Chinnici, Silvia Costa, Andrea Cozzolino, Nicola Danti, Paolo De Castro, Isabella De Monte, Enrico Gasbarra, Elena Gentile, Michela Giuffrida, Roberto Gualtieri, Cécile Kashetu Kyenge, Luigi Morgano, Alessia Maria Mosca, Pier Antonio Panzeri, Massimo Paolucci, Pina Picerno, Gianni Pittella, David Maria Sassoli, Renato Soru, Patrizia Toia, Daniele Viotti, Flavio Zanonato, Damiano Zoffoli - Partito Democratico>

    Sergio Gaetano Cofferati, Elly Schlein

    Eleonora Forenza, Curzio Maltese - Lista Tsipras-L’Altra Europa

    Barbara Spinelli - Indipendente

    domenica 1 novembre 2015

    Non ci arrenderemo alla disperazione

      Questo è il titolo di una manifestazione – tra le tante di questo mese – che si è svolta a Gerusalemme il 17 ottobre 2015, in cui ebrei ed arabi sono scesi in strada insieme per un futuro comune. E’ una volontà di resistere che viene di lontano; già nel 2000, all’inizio della Seconda intifada, donne palestinesi e israeliane si erano unite all’insegna dello slogan We refuse to be enemies (Ci rifiutiamo di essere nemiche).
    Arabi ed Ebrei rifiutano di essere nemici: Vogliamo vivere in sicurezza. Senza occupazione e senza uccidere.
     Sappiamo fin troppo bene che solo una soluzione equa del conflitto può fermare la violenza e l'odio, 
    costruire una realtà diversa e garantire la sicurezza. 

    Oggi una nuova generazione è scesa per le strade ribellandosi all'ingiustizia e alle umiliazioni, all’oppressione dell’occupazione, all'espropriazione violenta di terre, alle demolizioni di case, alle misure razziste messe in atto dal Governo israeliano nei confronti dei palestinesi anche se cittadini di Israele. Inoltre l'espansione degli insediamenti coloniali illegali in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme, ha confinato i palestinesi in bantustan sempre più ridotti.

    La risposta del governo israeliano è una feroce repressione basata su un uso schiacciante della forza militare e sempre più numerose uccisioni per reprimere le proteste popolari. Il linciaggio di giovani uomini e donne semplicemente perché "sembrano arabi" è in aumento.

    La disumanizzazione del popolo palestinese è tale da lasciare impuniti anche crimini orrendi come quello di cui è stata vittima la famiglia Dawabsha nel villaggio cisgiordano di Kfar Douma: sembra quasi incredibile che gli efficientissimi servizi segreti e l'esercito israeliano non abbiano ancora catturato gli estremisti ebrei che due mesi fa diedero fuoco alla casa della famiglia,. Quel rogo carbonizzò il piccolo Ali, di 18 mesi, e nelle settimane successive morì anche il padre, Saad, e la madre, Riham; da allora, resta in ospedale l’unico sopravvissuto, il primo figlio, Ahmad, di 4 anni. I medici sperano di salvarlo, ma in ogni caso la sua vita resterà segnata fisicamente dalle conseguenze di ustioni gravissime (sul 60% del corpo) e psicologicamente dalla perdita di tutti i familiari più stretti.

    Rispetto alle pretese del governo di Israele di “normalizzare” l’ingiustizia intollerabile dell’oppressione e della repressione, la rivolta palestinese non è un’anomalia, ma “una lotta di lungo respiro che non si fa illusioni”, come ha affermato di recente lo scrittore libanese Elias Khoury,. “Si tratta di un popolo che resiste per difendere la propria esistenza” e in questo senso occorre guardare oltre la “disperazione” per riconoscere piuttosto la “rabbia e tenacia (sumud in arabo)” con cui si battono donne e uomini palestinesi.

    I mezzi di comunicazione italiani scoprono la violenza in Palestina solo quando esplode l’esasperazione dei palestinesi. Noi, Donne in Nero, siamo invece consapevoli che da anni dura l’oppressione dell’occupazione israeliana e che quanto sta succedendo è la conseguenza delle continue violenze che segnano la vita quotidiana dei palestinesi a Gerusalemme, nei Territori Occupati e nella Striscia di Gaza.

    Tutti coloro che nel mondo amano la pace sono chiamati innanzitutto ad impegnarsi per porre fine alla complicità dei rispettivi Stati, così come delle imprese, delle istituzioni, nel mantenere il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid.